Cosa significa essere donna? Un’anima poliedrica | Isabella Ratti

Cosa significa essere donna? Un’anima poliedrica

Essere donna. In questa espressione si riassumono molteplici aspetti sull’universo femminile. L’universo femminile ha sogni chiusi nel cassetto, crede nell’amore, nei colpi di fulmine. L’universo della donna è un tesoro tutto da scoprire. Ogni momento vissuto dalla donna è una tessera di un puzzle. La donna vive di spiritualità e di interiorità. Può essere chiacchierona, così come può essere timida. La donna è sempre positiva anche se le sue giornate si colorano di grigio. Essere donna è progettare oggi il presente, è progettare questa giornata, quella che stai vivendo ORA. Essere donna è la consapevolezza che domani non sarà uguale all’oggi e quindi dovrai progettare e progettare ancora…perchè il futuro, quello, non dipende da noi.

” La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.”

William Shakespeare

Essere donna. Oggi.

Cosa significa “Essere donna”. E perchè cos’ha l’oggi di diverso rispetto al passato? La donna non è solo donna e basta. E’ mamma, moglie, figlia, amica, compagna. Tutto questo, in una sola persona. La donna è un mondo. Sorridenti e sempre pronte a rialzarci. Un flusso in continuo divenire. Il nostro stile può cambiare. Ma il nostro cuore è e resterà sempre quello.

Il corpo femminile è  mass-mediatizzato?

In passato com’era il corpo della donna? E com’è ora? In questo passaggio tra passato e presente, svolgono un ruolo cruciale i mass-media. In televisione, così come nelle pubblicità viene presentata un idealtipo di donna, quasi utopica caratterizzata da: una magrezza e bellezza irraggiungibile (se non attraverso trasformazioni chirurgiche), giovane con un volto rifatto e non solo, e ultimo ma non meno importante, ridotta a mero oggetto di decoro davanti a telecamere e obiettivi fotografici. La consapevolezza del sé, diverso da questi standard, conduce la donna verso stati di ansia, vergogna e controllo ossessivo del proprio corpo. Di foto di donne, dotate di un fisico perfetto, accompagnate da pose provocanti, e corpi chirurgicamente modificati il web ne è pieno. Moltissimi studi sono stati fatti in merito, tutti con un identico comun denominatore: il concetto di oggettivazione sessuale del corpo. In Italia il fenomeno dell’oggettivazione sessuale è particolarmente in crescita, come denunciato da Lorella Zanardo nella sua raccolta di immagini televisive di donne ridotte ad elementi di decoro accanto alle figure maschili.

Nel suo noto Ways of Seeing, John Berger aveva ripercorso la storia dell’arte occidentale e in particolare la rappresentazione del nudo femminile, per mostrare proprio che ‘laddove gli uomini agiscono, le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate”.

Le donne osservano se stesse essere guardate”, è qui che si palesa l’auto-oggettivazione della donna che guarda e tratta se stessa come oggetto di desiderio altrui.

E’ esattamente così che appare la donna in pubblicità, è esattamente così l’ultima modella di una pubblicità di Yves Saint Laurent. A ridosso della Festa della Donna dell’8 Marzo questa pubblicità in pochissimi secondi ha fatto il giro della Rete. Alcuni titoli descrivono la modella come “anoressica, umiliata e sottomessa”: ciò che si vede in foto è una modella con un body a pois e ai piedi tacchi a spillo e pattini a rotelle; descritta così non desterebbe scalpore, se non fosse per la testa chinata su di uno sgabello, ove ai lati dello stesso, pronte a cadere quasi prive di vita, vi sono le braccia penzoloni della modella, ma non è tutto… guardando con attenzione la foto, sulla schiena della modella è delineato un profilo, che concorre a rendere la stessa senza forma. La modella appare inespressiva, dalle forme sproporzionate per la loro eccessiva magrezza e senza pantaloni, come se qualcuno glieli avesse strappati di dosso durante un’ipotetica violenza. Una mannequin dalla magrezza eccessiva che sfiora i limiti dell’anoressia. Chi guarda questa pubblicità non si sofferma sul capo d’abbigliamento indossato dalla top, anzi, si sofferma sui tacchi a spillo con i pattini a rotelle. Come mai la scelta dei pattini a rotelle?  Pattini a rotelle come rifiuto dei tacchi a spillo, simbolo per antonomasia della femminilità. E la Rete come ha reagito?

Come è solito in questi, la Rete non perdona, anzi. L’hashtag #YSLRetireTaPubDegradante ha fatto il giro di Twitter, dando vita ad una vera e propria querelle.

Ma questa è solo una delle tante pubblicità.

In questa sede però, ci teniamo ricordare che la Donna non è un bastone filiforme e né un oggetto da esibire, passivo, senza vita. La Donna non è assolutamente un corpo in vendita, ma è espressione di una sana femminilità, nobiltà d’animo, gentilezza fisica e soprattutto grandezza intellettuale.

Come si può definire il corpo di una donna?

Non esiste una definizione tecnico scientifica di donna. Non può esistere e non deve. La donna di per sé è una grandezza della Natura. E’ stata musa ispiratrice di vari artisti, scultori, poeti, registi. Tutti ricordiamo Anita Ekberg, musa ispiratrice di Federico Fellini, nella famosissima scena de “La Dolce Vita”, immergersi nella Fontana di Trevi. Questo è solo uno dei tantissimi frame cinematografici, ma ce ne sono tantissimi altri. La straordinaria grandezza intellettuale e gentilezza fisica della donna, fanno di lei un’entità soprannaturale/surreale. In lei vivono due entità: la prima è la mente, la seconda invece è appunto il suo corpo. La mente della donna appare come quella parte nascosta dell’iceberg, il corpo invece è la punta, quella che tutti riusciamo a vedere, il suo biglietto da visita per interagire con il mondo, il suo.

Ma come fa un corpo ad essere un biglietto da visita?

Il nostro corpo rivela chi siamo. Ruolo centrale e biglietto da visita attraverso cui ci presentiamo agli altri. Il nostro corpo gioca un ruolo fondamentale di interazione costante e continua con gli altri corpi. Erving Goffman, sociologo americano, ha descritto la quotidianità nei termini di una rappresentazione teatrale; siamo attori impegnati su un palcoscenico. Palcoscenico qui inteso come metafora della vita quotidiana, sul quale ognuno di noi si immerge quotidianamente per poter interagire con gli altri. Alla luce di questa considerazione, il nostro corpo, il nostro abbigliamento, è ciò che presentiamo ai nostri interlocutori. Il nostro abbigliamento rivela le nostre intenzioni, la nostra posizione nella società. L’abbigliamento diventa parte integrante della nostra personalità, specifica il sé, il nostro sé, il nostro ruolo.

Abbigliamento come fratello del corpo e figlio del tempo. L’abbigliamento è il protagonista indiscusso di ogni epoca, camaleontico e dunque capace di rinnovarsi rapidamente. Abbigliamento come fratello del corpo perché alla stregua di un fratello, che con la sua fedeltà ti indirizza sempre verso la scelta giusta da fare, è sempre lì al tuo fianco, pronto a sostenerti in ogni momento della tua vita anche nei momenti in cui il corpo da qualche segnale di cambiamento. E, mi ritorna alla memoria lo spot Calzedonia “Sorelle d’Italia”, il quale mostra la donna in vari momenti della sua vita accompagnata dalle sue fedeli calze; un’inedita rappresentazione dell’Inno di Mameli, dove i termini Italia e Vittoria vengono fatti rivivere per la prima volta con il significato di nomi di donna. Donne che ogni giorno combattono per un fine comune, andare sempre avanti, nonostante i problemi.

Com’è la percezione della donna, la sua immagine e l’immagine del suo corpo?

Corpo e immagine corporea sono due mondi differenti. Il corpo è la rappresentazione spazio-sensoriale, l’immagine corporea invece è multidimensionale, olistica, sviluppata attraverso un tipo di rappresentazione cognitivo-emozionale, autoriferita e personale.

Il corpo è la rappresentazione oggettiva, l’immagine corporea è soggettiva, affettiva, cognitiva. L’immagine corporea insieme al corpo si sviluppa, si modifica e cambia costantemente nel corso della vita. Il corpo è il luogo elettivo, espansione ed espressione della nostra identità affettiva e percettiva.

Garner e Garfinkel definiscono la componente affettiva con il termine “Body image affect”- sentimenti ed emozioni legati al proprio corpo-  e quella cognitiva come “Body image attitude”, idee e credenze che organizzano la nostra percezione del corpo. Questa dicotomia tra idee e credenze, sentimenti ed emozioni, ci invita a leggere anche i messaggi mediatici in maniera diversa, connessi ad una società contemporanea che promuove, enfatizza, esaspera i canoni di bellezza e magrezza con un notevole impatto sulla propria autostima. Nelle pubblicità assistiamo sempre più a termini come “Scolpiti”, “Modellato” quasi come se il corpo avesse il bisogno di assurgere a figura statuaria grazie ad un elemento modificante, che si pone tra il nostro corpo e l’immagine che noi abbiamo di esso.Il confronto tra corpo ideale e corpo reale, tra ideali utopici e caratteristiche reali, vengono sì perseguiti, ma il più delle volte con un notevole impatto sulla propria autostima.

Come diceva Coco Chanel “La moda passa, lo stile resta”.  Moda e reversibilità.

L’essere umano modifica in maniera reversibile o irreversibile, volontariamente o involontariamente il suo corpo, per aderire a finalità completamente estetiche. Parlare di corpo come segnale sociale equivale a parlare di moda. La moda non è l’unica pratica che ci consente di vestire la materialità del nostro corpo, ad essa si affiancano diete, pratiche sportive, tatuaggi, piercing; la moda, diversamente da queste pratiche è un intervento reversibile, che insieme all’abbigliamento assurge ad essere strumento di comunicazione semiotico, consapevole ed esplicito. Moda e abbigliamento sono due formidabili strumenti di comunicazione semiotica; laddove potrebbe esserci un sé che fatica esprimersi a parole e che fatica a verbalizzare i suoi sentimenti, possono esserci dei jeans stretti o una camicia che possono testimoniare per noi …o perché no anche un colore di tendenza.

Moda e semiotica. E’ possibile accostare i due mondi?

Si cade spesso nell’errore di considerare la moda come qualcosa di troppo frivolo e superficiale piuttosto che una forma d’arte. Eppure non ha nulla a che invidiare alle altre discipline. In una collezione si miscelano colori, idee, sogni, proiezioni, emozioni, come un film, come una musica o un quadro. Se vogliamo esagerare anche un abito da sera ha una sua architettura”. R. CAVALLI.

La semiotica è una disciplina poliedrica e come tale si è interessata alla moda, flusso in divenire per eccellenza. Diversamente dalla moda, che ha una natura diacronica, la semiotica ha una natura sincronica, che analizza il flusso degli usi linguistici in uno “stato di lingua” che è il solo oggetto sistematico, l’unica condizione analizzabile con i mezzi della semiotica. Per sua natura quindi, la semiotica può limitarsi esclusivamente a studiare uno “stato di moda” che è l’abbigliamento. Abbigliamento come atto individuale che include al suo interno due caratteristiche universali: significatività e stratificazione. La significatività relativa all’imprescindibilità dell’abbigliamento che risulta tra i più importanti sistemi di senso presenti in tutte le culture. La stratificazione invece presuppone un senso sottostante che emerge dalle differenze di abbigliamento. La moda è il risultato di due impulsi contrapposti che agiscono nel corpo sociale, quello verso l’imitazione e quello verso la differenziazione. Imitazione, riferita alla moda e intesa come risultato di un principio imitativo/emulativo che ritrova, nei caratteri di un modello superiore da imitare, la tendenza a convergere verso di esso; il principio di differenziazione si pone in contrapposizione alla tendenza imitativa, in quanto consiste in una tendenza a riaffermare la propria differenza rispetto al resto della gente comune.

Il corpo femminile è  mass-mediatizzato?

In passato com’era il corpo della donna? E com’è ora? In questo passaggio tra passato e presente, svolgono un ruolo cruciale i mass-media. In televisione, così come nelle pubblicità viene presentata un idealtipo di donna, quasi utopica caratterizzata da: una magrezza e bellezza irraggiungibile (se non attraverso trasformazioni chirurgiche), giovane con un volto rifatto e non solo, e ultimo ma non meno importante, ridotta a mero oggetto di decoro davanti a telecamere e obiettivi fotografici. La consapevolezza del sé, diverso da questi standard, conduce la donna verso stati di ansia, vergogna e controllo ossessivo del proprio corpo. Di foto di donne, dotate di un fisico perfetto, accompagnate da pose provocanti, e corpi chirurgicamente modificati il web ne è pieno. Moltissimi studi sono stati fatti in merito, tutti con un identico comun denominatore: il concetto di oggettivazione sessuale del corpo. In Italia il fenomeno dell’oggettivazione sessuale è particolarmente in crescita, come denunciato da Lorella Zanardo nella sua raccolta di immagini televisive di donne ridotte ad elementi di decoro accanto alle figure maschili.

Nel suo noto Ways of Seeing, John Berger aveva ripercorso la storia dell’arte occidentale e in particolare la rappresentazione del nudo femminile, per mostrare proprio che ‘laddove gli uomini agiscono, le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate”.

Le donne osservano se stesse essere guardate”, è qui che si palesa l’auto-oggettivazione della donna che guarda e tratta se stessa come oggetto di desiderio altrui.

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E’ esattamente così che appare la donna in pubblicità, è esattamente così l’ultima modella di una pubblicità di Yves Saint Laurent. A ridosso della Festa della Donna dell’8 Marzo questa pubblicità in pochissimi secondi ha fatto il giro della Rete. Alcuni titoli descrivono la modella come “anoressica, umiliata e sottomessa”: ciò che si vede in foto è una modella con un body a pois e ai piedi tacchi a spillo e pattini a rotelle; descritta così non desterebbe scalpore, se non fosse per la testa chinata su di uno sgabello, ove ai lati dello stesso, pronte a cadere quasi prive di vita, vi sono le braccia penzoloni della modella, ma non è tutto… guardando con attenzione la foto, sulla schiena della modella è delineato un profilo, che concorre a rendere la stessa senza forma. La modella appare inespressiva, dalle forme sproporzionate per la loro eccessiva magrezza e senza pantaloni, come se qualcuno glieli avesse strappati di dosso durante un’ipotetica violenza. Una mannequin dalla magrezza eccessiva che sfiora i limiti dell’anoressia. Chi guarda questa pubblicità non si sofferma sul capo d’abbigliamento indossato dalla top, anzi, si sofferma sui tacchi a spillo con i pattini a rotelle. Come mai la scelta dei pattini a rotelle?  Pattini a rotelle come rifiuto dei tacchi a spillo, simbolo per antonomasia della femminilità. E la Rete come ha reagito?

Come è solito in questi, la Rete non perdona, anzi. L’hashtag #YSLRetireTaPubDegradante ha fatto il giro di Twitter, dando vita ad una vera e propria querelle.

Ma questa è solo una delle tante pubblicità.

In questa sede però, ci teniamo ricordare che la Donna non è un bastone filiforme e né un oggetto da esibire, passivo, senza vita. La Donna non è assolutamente un corpo in vendita, ma è espressione di una sana femminilità, nobiltà d’animo, gentilezza fisica e soprattutto grandezza intellettuale.

Grazie ad Elena Borelli

Elena

Sono Elena Rosaria Borrelli, 31 anni, laureata in Culture digitali e della Comunicazione all’Università di Napoli “Federico II” e in “Organizzazione e Marketing per la Comunicazione di Impresa” all’Università “La Sapienza” di Roma. Il percorso accademico mi ha lasciato un segno indelebile: la spiccata Passione per il Marketing. Dalle 4 P alle 5 P di Kotler il passaggio è breve: la mia quinta P è la Passione per la materia e per la comunicazione applicata all’impresa. Tra i miei hobby adoro la fotografia, la scrittura e la lettura. Tre hobby irreversibili. Un tramonto, una frase scritta all’improvviso e un libro resteranno nel cuore per sempre.

Contatti:

Email: b.elenarosaria@gmail.com

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Isabella Ratti

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